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Giornata della memoria: Stradanove intervista Giulia Dodi

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 27/01/2017 08:36
L'autrice del libro “Nessun gesto di pietà. La requisizione dei beni ebraici in area modenese dal 1938 al 1945” parla a Stradanove della sua prima pubblicazione letteraria: “Invito i lettori alla riflessione per mantenere viva la memoria”

Il 27 gennaio in Italia, così come in tutta l'Unione Europea, si celebra la Giornata della Memoria con cui ogni anno si ricorda la persecuzione, la deportazione, la prigionia e la morte nei campi di concentramento del nord Europa dei cittadini ebraici ad opera del regime nazista.

 

Per l'occasione, Stradanove ha raggiunto telefonicamente Giulia Dodi, giovane accademica carpigiana, esperta di storia contemporanea e autrice di “Nessun gesto di pietà”, un docu-libro, esito di un lavoro di ricerca e consultazione capillare attraverso cui l'autrice analizza il fenomeno, spesso sottaciuto o quantomeno poco conosciuto, della spoliazione di beni e possessi in particolare dei cittadini modenesi di religione ebraica come effetto dei provvedimenti legislativi attuati dal regime nazifascista tra il 1938 ed il 1945.

 

 

Ciao Giulia, grazie per la tua disponibilità. Per iniziare... raccontaci qualcosa di te, qualcosa che vorresti che i nostri lettori sapessero prima di entrare in contatto con il libro che hai scritto.

 

Ho 27 anni e sono nata a Carpi dove mi sono diplomata prima di conseguire la laurea triennale a Modena in Scienze della Cultura per poi spostarmi a Bologna e studiare Storia. Il mio desiderio era quello di approfondire una passione che avevo fin da ragazzina, provare cioè a capire il perché delle cose, studiarne l'evoluzione nel corso del tempo. Ho deciso così di approfondire gli studi umanistici e storici, in modo particolare, e il libro, alla fine, è un po' il risultato di questi studi nel senso che è di fatto la pubblicazione della mia tesi di laurea.

 

Venendo al tuo libro “Nessun gesto di pietà: la requisizione dei beni ebraici in area modenese dal 1938 al 1945”, la prima domanda non può che essere questa: cosa ti ha spinto a scegliere, come argomento della tua tesi di laurea, proprio la II guerra mondiale?

 

Nel corso dei miei studi ho approfondito soprattutto la storia contemporanea, quindi l'800 e il 900. Nel corso proprio di alcuni di questi studi sono venuta a conoscenza dei fondi archivistici che si trovano presso l'Archivio di Stato di Modena, in cui è conservata la documentazione riguardante la persecuzione economica protratta dal regime nazifascista nei confronti della popolazione ebraica. Ho deciso così di approfondire quest'aspetto anche perché, quello della Memoria, per noi carpigiani, è un tema particolarmente sentito, dal momento che a pochi km dalla nostra città vi è l'ex Campo di Concentramento di Fossoli, che è una testimonianza storica e simbolica dal valore raro in Italia.

 

 

Come suggerisce il titolo, nella tua trattazione parli della politica di persecuzione patrimoniale ed economica a discapito dei cittadini ebrei nella zona di Modena e provincia, ma ne tratteggi anche il quadro storico.

 

Nel libro affronto tutto il periodo che va dal 1938 al 1945. Quello che ho cercato di fare è stato quindi ricostruire non solo le vicende legate alla politica di persecuzione patrimoniale ai danni degli ebrei modenesi, ma anche di contestualizzare questa politica discriminatoria, analizzando il contesto economico e sociale in cui gli ebrei modenesi si trovavano e vivevano, spiegando chi fossero, da chi e come era composta la comunità ebraica di Modena e come si era sviluppata in particolar modo poi nel '900. La comunità ebraica modenese ha radici storiche molto lontane e quindi ho provato a far capire a chi leggeva il mio libro che questi ebrei, di cui tanto si parla, non spuntano dal nulla nel '38, ma hanno alle loro spalle una storia sociale e culturale molto ricca e viva che viene messa tragicamente in ginocchio dalle leggi razziali.

 

L'impatto vessatorio delle leggi razziali del 1938 sulla comunità degli ebrei modenesi fu devastante. Gli ebrei censiti in città furono discriminati in molti campi, da quello della scuola, fino a quello delle professioni. La reazione dell'intera comunità di fronte alle misure razziste tuttavia fu sorprendente...

 

Già. L'impatto sulla comunità ebraico-modenese ha avuto sicuramente una portata non indifferente. D'altronde stiamo parlando di una comunità che per densità e importanza si collocava al terzo posto a livello regionale dopo quella di Ferrara e di Bologna. Più di duecento persone sono state investite da questi provvedimenti e la cosa più sorprendente che si ricava dai documenti è che tutte queste persone formavano una comunità completamente integrata nel tessuto sociale modenese. Per tale ragione probabilmente nessuno di loro si aspettava, o poteva immaginare, che il regime fascista introducesse questo tipo di leggi. Si è trattato di un evento quasi improvviso, sicuramente inaspettato, dal momento che prima del '38 non c'erano stati segnali evidenti che la situazione sarebbe degenerata in modo così rapido e drammatico. Superato lo shock iniziale tuttavia, va anche detto che l'intera comunità ha saputo reagire con grande forza e dignità in tutti i modi possibili, attivandosi immediatamente, per garantire ad esempio l'istruzione ai bambini e ai ragazzi, affinché non interrompessero il proprio percorso di studi. Anche nel caso dei patrimoni o delle proprietà, ad esempio, in molti casi chi può cede le proprie a chi non è considerato di razza ebraica, cioè a coloro che per l'epoca erano di pura "razza ariana italiana",   per cercare di non perdere del tutto le loro aziende, le loro attività commerciali (la gran parte degli ebrei erano molto attivi nel settore commerciale) che invece venivano ostacolate in tutti i modi possibili. Spesso infatti le attività commerciali i cui titolari erano ebrei, seppur non poste a chiusura forzata o requisite, di fatto molto spesso venivano osteggiate. Si ha quindi una progressiva marginalizzazione anche di quei soggetti che magari non subiscono direttamente un provvedimento di confisca, ma che tuttavia si trovano ugualmente in difficoltà nell'andare avanti.

 

 

Che tipo di ricerche hai svolto per la stesura della tua tesi?

 

Ho svolto prevalentemente ricerche all'Archivio di Stato di Modena, nei fondi della Prefettura, in quanto fu in gran parte la Prefettura stessa a occuparsi di queste pratiche. Proprio presso i locali del suo Archivio sono ancora oggi conservati i fascicoli delle persone che furono colpite dai provvedimenti, come nel caso di quegli ebrei modenesi a cui furono requisiti dei beni, dei terreni, ma anche spesso semplicemente degli oggetti di uso quotidiano. Ho avuto modo di accedere all'Archivio della comunità ebraica lavorando a stretto contatto con gli l'archivisti da parte dei quali, devo ammettere, ho trovato in generale un'ottima disponibilità e collaborazione. Ho tuttavia volutamente preferito non interfacciarmi con testimoni o familiari di chi ha vissuto questa enorme tragedia, in quanto la mia intenzione era quella di privilegiare soprattutto la parte documentaria, trattandosi di documenti inediti e che non erano ancora stati consultati.

 

La tua è sicuramente un'opera dal forte impatto emotivo e riflessivo. Quali emozioni ha suscitato in te raccontare una pagina di storia così dolorosa?

 

L'imponenza di questo meccanismo persecutorio è stata senz'altro una delle cose che mi ha sorpreso maggiormente, così come incredibile e per certi versi interessante è stato conoscere la storia di Duilio Sinigaglia, martire fascista di origine ebrea la cui famiglia non ha subìto nessun tipo di persecuzione dal momento che godeva dell'appoggio del regime e dei gerarchi fascisti. Lavorare su questi documenti, la maggior parte dei quali inediti, in generale mi ha sicuramente fatto riflettere. È la storia del nostro territorio, quello modenese, di cui siamo in qualche modo eredi, perché non ha coinvolto solo duecento persone ma di riflesso tutta la comunità locale. Per questo motivo, dato il nostro diretto coinvolgimento, è giusto continuare a mantenere viva la memoria e ragionare su quello che è successo. La storia fatta con metodo e rigore scientifico, d'altronde, ha proprio questo compito: aprire le menti e invitare a riflettere sugli eventi passati. Si tratta di un momento storico fondamentale nella nostra storia e soprattutto del '900 e anche se sono passati settant'anni è giusto continuare a parlarne. Il presente è il frutto di quello che è successo ieri e solo guardando al passato in modo maturo e consapevole si riesce a capire chi siamo oggi.

 

 

 

Cristina Capruzzi

26/01/2017

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